Ammettiamo di essere stati prevenuti; non conosciamo questo artista, cosi schivo da non rispondere nemmeno alle nostre chiamate conoscitive. Eravamo con la penna in mano, come i professori, pronti a mettere una ‘x’. Cestinate le tiktoker di giornata, parte questa chitarra stonata e poi una schitarrata alla Metallica. Ci siamo guardati e abbiamo deciso di ascoltare.

In “Non si vede”, Piergiorgio Corallo, dritto dalla Puglia ma con molta polvere di strada addosso, si confronta con l’invisibile — non tanto con il mistero, quanto con quella sensazione che tutto sia opaco, mediato e contorto. Il verso “Vivo in una gabbia che non si vede” è un manifesto, un marchio potente e riuscitissimo, messo subito, all’inizio della canzone e dell’album.

La prigione non è materiale, è mentale, è lo spazio interno che non si percepisce ma che ti tiene stretto.

Il testo prosegue con un’idea che diventa ossessione: “Cerco il mio posto che non si vede”. È la tensione dell’identità che sfugge, di un centro che non si trova mai. Le “strade che sembrano intrecciarsi” evocano un labirinto di scelte e relazioni; i “passi pesanti” sono l’andare pur senza leggerezza, l’essere stanchi ma costretti al movimento.

L’uso della ripetizione minimale è strategico: “non si vede” gira in testa come un ritornello silenzioso, un’ombra che ricade, che devia, che ritorna. Non dello stile narcisistico, ma di chi sta tentando — e forse fallendo — nel dare forma a un disagio interiore con parole semplici. In questa sobrietà c’è un coraggio: non cercare il verso perfetto, ma renderci l’idea del peso, operazione perfettamente riuscita.

Dal punto di vista lirico, il pezzo è distante da artifici poetici elaborati: non ci sono metafore pompose, ma immagini essenziali, dirette, quasi essenziali. Ed è un valore: lascia spazio all’ascoltatore di completare, di rispecchiarsi.

In alcuni momenti il testo può però tendere all’abbandono, restare troppo sospeso e vale per tutto l’album. A volte manca quel movimento verso la luce, verso un gesto che rompa il silenzio, che dia una forma definitiva all’intuizione. Questo lascia la canzone in un territorio assolutamente rock, meraviglioso ma fragile, che rischia di restare incompiuto.

In questa fragilità risiede la promessa di “Non si vede”.

Piergiorgio Corallo tende fili delicati, intreccia un discorso che hic et nunc ascoltato può dischiudersi. Se saprà nel prosieguo del suo percorso musicale dare più spessore ai singoli “passi pesanti”, dare una soluzione, allora quel testo di sottrazione potrà trasformarsi in firma autoriale.

In conclusione: “Non si vede” è un brano straordinario per un emergente, una first track d’impatto che testimonia uno sguardo in fieri, una voce che ancora si cerca. Non pretende di aver già trovato la strada, ma invita chi ascolta a camminare con lui nel buio. Ed è proprio in quel cammino, nel tratto incerto, che può emergere la sua forza più vera, facendo un passo in più.

In breve: artista complicato il cui talento merita attenzione anche nella musica, per non perderlo. EP vario e di spessore, ricco di rimandi ma eccessivo in alcuni passaggi (gain, alti, effetto radio o vinile) e fin troppo incompiuto, a volere accontentare tutti in alcuni tratti perde spinta.

Tracklist, crediti e materiali stampa: pagina Rassegna/Press & Links.

🌐 Sito ufficiale: piergiorgiocorallo.com

Biografia, press kit e link di ascolto: pagina Rassegna/Press & Links.

Articolo a cura di InEmergenza, sezione Musica —Francesco Lodi, Giovanna Aniello, Bergamo