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StayAleeve è stata invitata alla presentazione del libro “Non sarà mai un addio”, scritto da Mauro Turigliatto e da sua moglie Piera, in ricordo della figlia Miky. Ecco il discorso tenuto venerdì 27 settembre 2019 da Martina Cherubini.

Buonasera a tutti, sono Martina, studio psicologia a Torino e sono volontaria di StayAleeve Onlus. Stasera sono qui per rendervi partecipi del nostro impegno come associazione e per parlarvi delle tematiche per le quali ci impegniamo quotidianamente. Permettetemi però prima di ringraziare Mauro per averci invitato: crediamo che fare rete sia fondamentale, soprattutto quando la trama è tessuta da persone così, con una forza magistrale.

StayAleeve, dicevo, è un’associazione che opera nella prevenzione al suicidio e nella sensibilizzazione su questa tematica ormai da due anni; è nata a Novara a seguito di un “corso” di autogestione tenutosi nel liceo classico e linguistico Carlo Alberto, corso che era stato organizzato dall’attuale presidente dell’associazione Alessandro Buffelli e da Vittoria Avogadro, ora vicepresidente. Il corso prevedeva un gioco - molto semplice e apparentemente banale - nel quale si chiedeva ai compagni di pensare alla cosa più brutta mai detta ad un’altra persona e successivamente di scriverla su un foglietto che sarebbe poi stato attaccato su una lavagna, in modo da vedere coi nostri occhi quanto male possiamo arrecare ad una persona senza accorgercene. Tale esperienza è stata il primo passo per quello che secondo noi è la meta verso la quale ci stiamo avvicinando, evento dopo evento: la consapevolezza di sé stessi e degli altri che ci stanno attorno, elemento vitale quando si tratta di benessere mentale.

Quest’anno la nostra associazione ha compiuto due anni, nei quali abbiamo organizzato 11 eventi, dove abbiamo avuto l’occasione di farci conoscere e dare voce ai pensieri dei giovani, che sono i più vulnerabili su questa tematica. Per darvi prova di quanto detto vi riferisco dei dati registrati dall’Istat e dall’OMS nel 2014 (ultimo dato disponibile) : in un anno si registrano nel mondo circa 800.000 suicidi (uno ogni 40 secondi!), 4000 dei quali sono compiuti in Italia. Di essi, quasi 400 sono di ragazzi tra i 15 e i 29 anni. Insomma, questi numeri sembrano quasi spropositati a noi che non siamo abituati a pensare alla totalità, attitudine mentale che dovrebbe essere cambiata, per prediligere una visione più unitaria ! Perché se non lo facciamo le persone passano inosservate, i sentimenti e i problemi degli altri passano in secondo piano, rafforzando sempre di più l’individualità che in questa società è già molto presente; e per questo In quanto membri della società, ma anche figli, genitori e amici dobbiamo cooperare per comprendere al meglio questo fenomeno, e questo può avere luogo solo con il dialogo, strumento apto a raggiungere la consapevolezza delle cause e degli effetti del suicidio, in modo da far scattare la prevenzione!

E proprio perché crediamo che sia necessario un cambiamento abbiamo deciso di formare la nostra associazione, pur essendo consapevoli del fatto che ce ne siano già molte in Italia che trattano di argomenti delicati come depressione e autolesionismo. Noi ci siamo fatti avanti. Perché crediamo fermamente che esse siano rimaste indietro, che siano ancorate alle generazioni passate, perché, come si sa, i giovani hanno un linguaggio tutto loro, che molte volte può essere difficile da decifrare pure dai propri coetanei.

Ed è questo il motivo per cui prediligiamo gli interventi nelle scuole, nei quali abbiamo l’occasione di educare i nostri coetanei alla prevenzione e alle tematiche correlate ad essa: come ad esempio l’identificazione dei campanelli d’allarme, attraverso i quali una persona esprime inconsciamente il proprio malessere. Se siete stati attenti poco fa ho detto educare, e non insegnare; il motivo è che “insegnare” è restringente, fa pensare all’ acquisizione passiva delle informazioni, mentre quello che noi cerchiamo è lo scambio reciproco di opinioni! mettendo così in atto la riflessione, che non deve essere una tantum ma un impegno costante. Perché appunto quasi nessuno nasce con una sensibilità innata, ma va allenata. Oppure si rischia di danneggiare una persona che già si trova in un momento di fragilità.

https://www.youtube.com/watch?v=Onrk5bArQOA

Noi giovani siamo i fautori del futuro imminente, questo è quello che ci viene detto spesso, e tra le tante responsabilità che ricadano su di noi, c’è anche quella di rompere la convinzione che questa tematica e il benessere mentale debbano essere considerati argomenti tabù; è vero, non è affatto facile parlare del suicidio, ma come a volte non riusciamo a trovare le parole per esprimere un’emozione, un sentimento lo stesso succede anche quando si parla di questi argomenti così delicati, per i quali, dobbiamo sforzarci di trovare le  parole giuste. Perché proprio come scriveva il caro e vecchio Leopardi c’è differenza tra parole e termini; ci sono tante parole che sono costitutivamente più leggere di altre e bisogna imparare ad usarle per il nostro bene e per quello degli altri. Quindi, per fare un esempio pratico, invece di dire “malattia” useremo una parola più morbida come “sofferenza” e così via… Io purtroppo non sono così brava con le parole e proprio per questo ricorro all’aiuto di Eugenio Borgna, terapeuta, che a Novara, e nei suoi dintorni, ha contribuito molto per rompere questo stigma:

«Il suicidio – scrive Eugenio Borgna - è una straziante esperienza di vita e di morte che non nasce solo nelle aree sconfinate delle esperienze psicopatologiche, ma anche nelle aree frastagliate di ogni quotidiana forma di vita […], ogni suicidio è immerso nelle acque insondabili del mistero. […] Ciascuna età della vita è contrassegnata da luci e da ombre, da speranze e da disillusioni, da progetti e da crisi esistenziali; ma nella adolescenza, nel passaggio difficile e frastagliato dalla infanzia alla adolescenza queste luci e queste ombre, queste speranze e queste disillusioni, si fanno intense e laceranti».

Sono proprio queste esperienze strazianti che devono essere accolte e ascoltate con delicatezza, senza fretta, senza incorrere in questo brutto vizio che abbiamo, e cioè di non ascoltare. L’ascolto è il primo passo verso la guarigione, perché una persona può essere anche aperta a parlare dei propri problemi ma se non c’è nessuno dall’altra parte, pronto ad accoglierla a braccia aperte, allora non serve niente lo sforzo di aprirsi. E’ anche vero che molte volte siamo noi che, in balia dei mille impegni, del lavoro stressante e dalle corse quotidiane, ci dimentichiamo di preoccuparci degli altri e rispondiamo in maniera svogliata facendo passare la voglia agli altri di ascoltare. La struttura di questa società che vuole tutto subito, che ci chiede di essere sempre perfetti e di fregarcene di tutto, non è comunque la giustificazione per l’indifferenza ad un argomento così fondamentale.

La soluzione a queste brutte abitudini è ricordarci di essere UMANI, che molto semplicemente si concretizza nel gioire e nel soffrire insieme, nel rendere cioè meno pesante quest’esistenza che, a volte, è già di per sé straziante. La solidarietà è fondamentale ai giorni nostri proprio perché, anche a causa dei social media, le persone che soffrono di disturbi comportamentali, di episodi di depressione, di ansia generale sono sempre di più. Ovviamente tutto ciò non è risolvibile senza l’aiuto di uno supporto psicologico, ma se anche solo ci sforziamo di uscire dalla nostra bolla, dove ci convinciamo di essere gli unici a faticare e soffrire, ci ricordiamo che anche gli altri sono deboli e fatti di materia “sensibile” come noi, allora tutto diventa meno complicato, più leggero.

In quest’ottica di ascolto si colloca bene, allora, il progetto di Mauro e Piera, che hanno voluto dare voce a Miky, alla sua storia, alla sua delicatezza. Ne siamo certi: questo è il punto di partenza per un piccolo ma per sé consistente germoglio di nuova umanità.

Grazie.