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Riportiamo l’intervento di Sara Reci, volontaria di StayAleeve, tenuto durante la manifestazione “Black lives matter – We can’t breathe” il 27 giugno 2020 a Novara.

Ciao, sono Sara e sono una volontaria di StayAleeve Onlus, un’associazione di ragazzi e ragazze che che si adoperano sul tema del disagio e del suicidio giovanile organizzando eventi di ogni tipo, in particolare attraverso la peer education nelle scuole, ma anche con eventi su tutto il territorio nazionale.  Il nostro motto è “Ogni storia merita di essere vissuta”, e ci crediamo davvero: ogni storia, di qualsiasi persona, indipendentemente dal colore della pelle o da ogni altro tipo di caratteristica. È per questo che siamo qui oggi.

Il focus di questo breve intervento sarà sul suicidio e sulla psicoterapia nella comunità nera. Ci tengo a precisare che la quasi totalità dei dati derivano da fonti americane; ho infatti riscontrato non poche difficoltà a trovare raccolte di dati sulla situazione in Italia.

La disumanizzazione, l’oppressione e la violenza nei confronti della popolazione nera è alla base del razzismo strutturale e istituzionalizzato che governa il mondo odierno. Ogni singolo individuo di questa popolazione si trova a dover fronteggiare non solo i traumi personali (quelli specifici del singolo individuo, come quelli derivati dalla propria storia o dal proprio background), ma anche quelli che nascono dalle continue notizie di assalti razzisti, brutalità della forze dell’ordine e retoriche politiche che di certo non aiutano.

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Una cosa interessante o, meglio, preoccupante, è che – seppure la popolazione nera e quella non di colore possono soffrire in ugual modo degli stessi disturbi mentali – la prima (su cui grava anche lo stress dovuto dal razzismo) si tiene lontana dalla psicoterapia come soluzione a patologie come ansia, depressione, PTSD eccetera e spesso nasconde i sintomi dei disturbi stessi. Perché accade ciò? Ci sono varie spiegazioni, come il timore di non essere trattati in modo adeguato a causa della diversa etnia – e qui entra anche in gioco la scarsa presenza di figure specialistiche nere (soprattutto nel panorama italiano) – o il mito dei disturbi mentali, del suicidio e della terapia come una debolezza: è un’idea purtroppo ricorrente nelle varie popolazioni della comunità nera, che porta al non cercare aiuto presso figure adeguate ad affrontare queste tematiche per paura di passare per “pazzi”. Non è inusuale fra le persone di colore il minimizzare sintomi di patologie mentali e pensare che tenere duro sia tutto quel che serve, per colpa dello stigma. Questo fuggire dalla soluzione può, a lungo andare, rendere cronici e debilitanti i sintomi.

Uno studio pediatrico condotto nel 2019 ha riscontrato, nel periodo fra 1991 e 2017, un aumento del numero dei suicidi del 73% tra le persone nere ed è stato riportato anche un aumento dei danni fisici come conseguenza di tentati suicidi, che testimonia l’utilizzo di metodi sempre più pericolosi per perseguire quel terribile fine. Questo è un chiaro segnale: ci dice che le persone nere recepiscono la loro condizione come meno valida e importante rispetto a quella delle persone bianche, e quindi meno meritevole di supporto e protezione rispetto ai loro coetanei.

A chi di voi oggi è in piazza, a chi oggi non c’è: vorrei che sapeste che la vostra storia è unica e che tutti noi qui oggi vogliamo che la viviate fino in fondo.Grazie.

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